(L'Osservatore romano 16-17 giugno 2008)
di Silvia Guidi
«Pensiamo a una scultura di Michelangelo o a una sinfonia di Beethoven: sono frammenti di una storia umana la cui conoscenza fa oltrepassare la pochezza di ciascuno e fa condividere verità e grandezza, aiuta a essere con loro, a partecipare al loro mondo. Il linguaggio artistico, quando riflette l'armonia creatrice dell'animo umano, l'arte sacra in modo speciale, costituisce una via di comunicazione privilegiata tra l'uomo e il Creatore e riesce a far percepire di Dio la sovrumana bellezza che incanta il cuore umano». L'arte come un itinerario da percorrere e un mistero da attraversare; è questo il tema centrale della lectio magistralis che il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha tenuto domenica scorsa nella Basilica del Sacro Monte di Varallo, a chiusura del festival «Imago veritatis, l'arte come via spirituale».
«Il titolo dell'iniziativa — ha sottolineato il porporato — dice già che si tratta di qualcosa di bello capace di aiutarci a percepire la verità che comunica ogni rappresentazione artistica di valore. Si pensi ai capolavori d'arte, di letteratura, di pittura, che hanno come autori credenti di fede provata: in queste opere essi trasmettono la profondità della loro fede, potremmo quasi dire che il volto di Dio si materializza grazie alla creatività umana».
La rassegna di Varallo, tre giorni di conferenze, mostre — come la rassegna «Ars et Labor», aperta fino al 3 agosto —, concerti, proiezioni di film, pellegrinaggi, è stata pensata proprio per «far rivivere lo spettacolo dell'arte come un'esperienza spirituale, quale del resto è sempre stata nella tradizione cristiana prima dell'avvento della secolarizzazione, che ha investito un po' tutta la cultura occidentale». Di notevole livello sono state soprattutto le conferenze, in particolare quelle di Filippo Rossi («Arte contemporanea e senso religioso»), Maria Antonietta Grippa («Gli spàzi del mistero»), Roberto Mussapi («Viaggio e pellegrinaggio»), Oddone Ca-merana («Processo a Gesù: morire disperato»), Mariella Car-lotti («L'uomo che lavora. Il ciclo delle formelle del campanile di Giotto a Firenze»). Anche le visite guidate sono state «d'autore», ci tengono a precisare gli organizzatori; non passeggiate turistiche ma occasioni di incontro in cui un esperto (da Davide Dall'Ombra, dell'Associazione Testori, a Vittorio Sgarbi) ha aiutato con la sua passione e la sua competenza i visitatori a immergersi in quello che è stato pensato come un trionfo di «arte totale» al servizio della fede.
Dalla chiesa da cui comincia il percorso, i pellegrini risalgono la montagna passando dall'una all'altra delle quarantacinque cappelle, con quattromila figure affrescate e ottocento statue a grandezza naturale, in legno e terracotta colorata. In ogni cappella è messo in scena con grande realismo un episodio della storia di Maria e soprattutto di Gesù, dall'infanzia alla Passione. Nel Cinquecento e nel Seicento, i Sacri Monti erano il cantiere artistico in cui lavoravano insieme i migliori architetti, scultori, pittori e scenografi dell'epoca. In tempi più recenti, però, i Sacri Monti vennero dimenticati, o non più compresi.
Ma il dialogo tra l'uomo e il Dio dell'Incarnazione è fatto anche di musica, poesia, scultura, pittura, come la fede dei semplici e il magistero della Chiesa hanno sempre saputo; iniziato duemila anni fa, è destinato a generare continuamente bellezza e a «edificare», costruire e rafforzare la fede con un'opera di mediazione e intercessione che ha il suo paradigma nella lanua coeli, Maria. Del resto anche la preghiera del Rosario è un modo per visualizzare e ripercorrere nella preghiera i misteri della vita di Cristo.
Per questo, ha spiegato il cardinale Bertone nella sua lectio «Maria figlia di Sion: dalla Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste», nel Sacro Monte la figura dell'Assunta occupa un posto privilegiato: all'interno della Basilica 142 statue rappresentanti angeli, profeti e patriarchi sono rivolte verso la Madonna.
«Tutta la vita del Sacro Monte è polarizzata attorno al simulacro della Vergine dormiente, conservato con cura e devozione fin dai primi tempi, da quando si trovava nella chiesa vecchia. Vuole la tradizione che esso in precedenza fosse venerato nella Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, prima del 1453: Maria dunque, figura della Nuova Gerusalemme, è ponte fra l'Oriente e l'Occidente, è Colei che aiuta i fedeli a entrare in comunione profonda con Cristo».
Un tema ripreso dal cardinale segretario di Stato anche nell'omelia della messa concelebrata domenica mattina nella Collegiata di San Gaudenzio con monsignor Timothy Ver-don, il vescovo di Novara Renato Corti, il vescovo Franco Giulio Brambilla, ausiliare della diocesi di Milano, padre Gianfermo Nicolini, prevosto di Varallo e vicario della Val-sesia e padre Giuliano Temporelli, rettore del Santuario del Sacro Monte (entrambi degli oblati dei santi Gaudenzio e Carlo), don Silvio Barbaglia, responsabile del Progetto culturale, don Carlo Maria Scaciga — direttore dell'ufficio per i beni ecclesiastici della diocesi di Novara, che ha svolto anche le funzioni di cerimoniere — e padre Giorgio Vigna, commissario di Terra Santa.
Il «grande teatro montano» realizzato da Gaudenzio Ferrari e Tanzio da Varallo, con la collaborazione di centinaia di artigiani e artisti di cui non conosciamo più il nome, è anche un inno al «materialismo cristiano» di cui parlava Romano Guardini. «Qui, la Vergine Assunta in cielo rivolge un invito particolare ai pellegrini» ha ribadito il cardinale a conclusione del suo intervento, ricordando le parole di Benedetto XVI: «Maria assunta in cielo in corpo e anima ci ricorda che anche per il corpo c'è posto in Dio. Il cielo non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore».